Day #25, parte seconda

Arriviamo in cima, dopo solo 4km, e con il linguaggio universale del "adesso è tutta discesa" ci segnalano di proseguire senza traino.

Nel frattempo, da una mulattiera, scendono diversi Land Cruiser di una Ong. In una di questi c'è Sasha, professione sminatore (ma ci sono tante mine in questa zona? Mah, dipende dai giorni, a volte nessuna a volte 50-60. Ah, bene.), e ci aiuta a comunicare.

Il primo paese è a un'ora di strada, in discesa, e ci sono due soluzioni: far andare qualcuno e far risalire un meccanico, oppure risparmiare tre ore e andare in discesa a motore spento, ma meglio lo faccia uno del posto perché la strada non è raccomandabilissima. Si offre lo scimmiesco ragazzo meccanico: si intuisce dall'intensificarsi degli sputi di tabacco che lui e i suoi amici masticano ininterrottamente.


Decide di scender piano e con cura, visto che il minimo errore implicherebbe la morte: scende talmente piano che la violenza delle vibrazioni spacca il portapacchi in due punti: il giorno dopo finirà così la storia del cassone per nulla aerodinamico. Dopo circa 15km, misteriosamente la macchina riparte e ne approfittiamo per riprendere la guida e non sfidare ulteriormente la sorte.


Il resto è arrivo a Kalakhum, consulti con vari luminari del luogo, la sostituzione dei filtri della benzina e un albergo inspiegabilmente bello per essere in mezzo al nulla assoluto.

Il terzo giorno, dopo una visita al fabbro per la sepoltura del cassone e la saldatura del portapacchi, è una tappa di 250km fino a Khorug. Tappa con una strada decente, costeggiando un fiume che da un lato è Tajikistan e dall'altro Afghanistan; la macchina però riprende a metà tragitto ad avere problemi di alimentazione, arrivando a destinazione ma singhiozzando di continuo.

A cena si elaborano strategie, con una bocconianissima "what if analysis". In base a cosa dirà un altro luminare, si apriranno i diversi scenari.


Per concludere: questa storia è stata raccontata da un fuoristrada che mi riporta a Dushanbe. L'epilogo è classicamente mongolrelliano: per fare l'ultima tappa tutti insieme e invece di tornare a Dushanbe e aspettare due giorni per il volo, abbiamo fatto affidamento su un fantomatico aereo (ma che dico aereo: una "turbofionda da 17 posti") che teoricamente parte 1-2 volte al giorno, se c'è bel tempo, e che non è prenotabile se non comprando i biglietti la mattina stessa. Il cordiale bigliettaio mi fa sapere che è tutto pieno fino al 15. Piano B: 12 ore di autista fino a Dushanbe: addio pomeriggio relax. Alla settima ora di pop sovietico, e dopo aver ascoltato due volte una canzone lunga 22 minuti e 34 secondi cantati quasi per intero da un giostraio russo, posso solo dire che i Flaneurs, in un modo o nell'altro, porteranno la missione a termine.


Il video dello stop sul Pamir: https://youtu.be/iN3p-WQjqws


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